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08/07/2019, 17:50



I-CANEDERLI


 



Iniziamo questa particolare sezione del blog con una delle ricette tradizionali per eccellenza, quella dei CANEDERLI. Un piatto povero di derivazione tirolese che è entrato a far parte della cucina di tutto il triveneto e che si vanta di non avere una ricetta precisa. Ne esistono molte versioni che variano per consistenza e per ingredienti, pur mantenendone alcuni in comune. La ricetta che vi presento è quella che abbiamo sempre fatto in famiglia, i canederli alla trentina. Non esistono dosaggi precisi dal momento che questo piatto veniva realizzato con quello che c’era a disposizione e le quantità variavano. L’unica dose fissa era quella del pane, che si quantificava con un panino per ogni commensale.

CANEDERLI ALLA TRENTINA per 4 persone

4 panini raffermi
Speck a dadini, quanto basta
Salsiccia fresca quanto basta
Erba cipollina (facoltativa)
2 uova intere
Farina quanto basta
1 cipolla 
burro
circa 200ml di latte
una pentola di brodo, di carne o di verdura

PREPARAZIONE

Preparare il brodo.
Preparare il pane tagliato a dadini, più è raffermo e meglio è. Evitare di utilizzare le briciole o l’impasto rischierà di non "tenere". Bagnare il pane con il latte facendo attenzione a non ammorbidirlo troppo e lasciarlo riposare per circa 1 ora.
Nel frattempo tritare finemente la cipolla e farla imbiondire nel burro. Una volta raffreddato, versare il soffritto nel pane ammorbidito e mescolare.
Preparare lo speck e la salsiccia tagliati in piccoli pezzi, tritare l’erba cipollina e aggiungere il tutto all’impasto. Aggiungere ingredienti finchè non vi sembrerà che nell’impasto ce ne siano a sufficienza, facendo attenzione a non esagerare rispetto alla quantità di pane o i canederli si disferanno in cottura. 
Regolare di sale e pepe, aggiungere farina quanto basta ad ottenere un impasto fisso ma non duro.
Preparare con l’impasto delle palle di dimensioni regolari. Più sono simili e più cuoceranno uniformemente. Aiutatevi con la farina se l’impasto risulta troppo molle e attaccaticcio. 
Scaldare il brodo che avrete preparato in anticipo e una volta giunto a bollore abbassare la fiamma e provare a immergere un piccolo canederlo di prova. Se sta insieme, potete cuocere anche gli altri. Altrimenti, regolate l’impasto di farina in modo che diventi più solido.
Servire con brodo caldo e grana grattugiato oppure con il sugo del goulash o dello spezzatino.

01/07/2019, 09:01



DAI-RETI-ALL’IMPERO-ROMANO


 «Con loro (i Norici) confinano i Reti e i Vindelici, tutti divisi in molte comunità. Si ritiene che i Reti, discendenti degli etruschi, condotti da Reto, furono scacciati dai Galli.» (Plinio il Vecchio, 23-79 d.C., Naturalis Historia, III, 133)



Le prime notizie storiche sulle popolazioni locali risalgono a circa 500 anni prima di Cristo, nel momento in cui gli Etruschi, spingendosi a nord, colonizzarono le zone alpine. Quelle terre presero il nome di Raetia, dal nome del capo etrusco Reto che condusse là la sua gente. In realtà non è possibile stabilirne precisamente l’origine anche se i Romani li descrissero con un nome generico e li presentarono come gente selvaggia e poco incline a sottomettersi all’imperatore. Bisogna però considerare che le descrizioni romane puntavano a glorificare l’impero a discapito delle popolazioni a cui si riferivano. Dal momento che i Reti non hanno lasciato alcuna descrizione di se stessi ma solo brevi iscrizioni per lo più a carattere sacro, non possiamo sapere se la descrizione dei Romani fosse veritiera. 

Il primo popolo di cui si hanno fonti sia materiali che scritte è identificato con il nome di Fritzens-Sanzeno, nome che deriva dai luoghi in cui sono stati effettuati importanti ritrovamenti archeologici. Storici e geografi romani e greci parlano di questa popolazione definendola "Reti", tuttavia questo termine indica in realtà un insieme di diversi popoli la cui precisa collocazione geografica nella zona è impossibile. 
Nel V secolo a.C. la cultura dei Fritzens-Sanzeno si espande fortemente verso sud e verso nord. Allo stesso periodo risalgono le prime iscrizioni. 
Nel II secolo a.C. scompaiono molti insediamenti, forse per via delle incursioni dei Cimbri. Successivamente i contatti tra Reti e Romani diventano frequenti e documentati oltre che confermati da oggetti ornamentali e monete. 
A partire dalla conquista del territorio da parte di Druso la cultura Fritzens-Sanzeno decade fino a scomparire.

Sono numerosi i ritrovamenti di insediamenti e reperti in Alto Adige, soprattutto nel fondovalle o a mezza costa. La scelta dei luoghi in cui insediarsi era chiaramente condizionata dalle caratteristiche del territorio e gli insediamenti erano perlopiù piccoli villaggi, masi isolati e abitati più grandi. Pochi sono gli insediamenti fortificati, sorti soprattutto a causa dell’avanzare dei Romani. I luoghi di culto erano soprattutto dedicati alla natura. 

L’agricoltura era un elemento fondamentale nella vita delle popolazioni retiche. Gli storici affermano che il vino prodotto dai Reti era particolarmente apprezzato anche alla corte imperiale di Augusto. L’allevamento consisteva perlopiù in bovini e ovini. La caccia era poco importante mentre molto vario e sviluppato era l’artigianato. I ritrovamenti suggeriscono che fosse molto importante la lavorazione del legno ma che ci fossero anche lavoratori del cuoio, cordai, cestai e impagliatori, scalpellini, tornitori e vasai  oltre a un avanzato artigianato tessile. Anche la lavorazione del metallo era di alta qualità tanto da produrre pregiati gioielli e armi oltre ad attrezzi e strumenti in ferro. La necessità di materie prime portò i Reti a stabilire contatti con Celti, Etruschi, Greci e Veneti portando poi alla nascita dei primi mercati in cui il commercio veniva ancora attuato con il baratto. Solo nel I e II secolo a.C. compaiono le prime monete celtiche e romane.

Una delle conquiste più importanti della storia dei Reti è la diffusione della scrittura, che avviene intorno al 500 a.C. Viene utilizzata soprattutto per il culto, iscrizioni nei santuari e su steli funerarie ed è conosciuta da un’esigua parte della popolazione.

Le rappresentazioni grafiche che prima del V secolo erano schematiche e simboliche riportano successivamente un mondo maschile con scene di lavoro e di cassia, gare sportive, marce, banchetti. 

Successivamente alla conquista effettuata sotto l’imperatore Augusto, i popoli retici vennero sottomessi a Roma e declinarono gradatamente fino a scomparire.

I siti archeologici più importanti nella val di Non si trovano a Sanzeno e Mechel. In queste zone è possibile parlare di strutture protourbane e sono stati effettuati ritrovamenti archeologici molto importanti tra cui iscrizioni e reperti. Molti sono conservati al Museo Retico di Sanzeno, paese in cui sono stati effettuati gli scavi più importanti per l’intera protostoria alpina. 

https://www.cultura.trentino.it/Luoghi/Tutti-i-luoghi-della-cultura/Musei-e-collezioni/Museo-Retico
(nell’immagine, una corona in oro esposta nel 2011 al Castello del Buonconsiglio e conservata ora ad Ancona nel Museo Archeologico delle Marche)


 
26/06/2019, 09:01

luigi laviosa, fondo, eroe di guerra, marina militare, reggimento san marco, belvedere jesi, cassino





 "Ho ventidue anni compiuti. Talora mi sento bambino, talora uomo. Talvolta mi sembra che tutto sia finito e piango sulla natura umana; talvolta, come in questo momento, la fiducia mi sostiene."Luigi Laviosa, diario, 25 aprile 1944



MEDAGLIA D’ARGENTO GUARDIA MARINA

LUIGI LAVIOSA

DI ANNI 22 BELVEDERE JESI
1 AGOSTO 1944

"NON PENSATE A ME ANDATE AVANTI"

"Ho ventidue anni compiuti. Talora mi sento bambino, talora uomo. Talvolta mi sembra che tutto sia finito e piango sulla natura umana; talvolta, come in questo momento, la fiducia mi sostiene."
Luigi Laviosa, diario, 25 aprile 1944

Forse nello stesso paese di Fondo ben pochi ormai sanno che nel cimitero locale, in un’insolita tomba sormontata da un’ancora, giace sepolto un eroe di guerra.
Si tratta del guardiamarina Luigi Laviosa, morto nel 1944 all’età di 22 anni. Il sepolcro di un marinaio in una terra di Alpini risveglia la curiosità di coloro che lo notano. Nonostante la quantità di informazioni disponibile in internet, non c’erano molte speranze di ottenere notizie su quello che poteva essere uno dei tanti soldati periti nel corso della seconda guerra mondiale, se non forse in qualche elenco di caduti. Sorprendentemente alcune notizie sono subito emerse, anche se purtroppo ben poche.
Nato nel 1922, secondo fonti ufficiali Luigi Laviosa frequentò l’Accademia Navale di Livorno e ancora la frequentava nel 1943, quando dopo l’8 settembre lasciò il corso per ufficiali di Stato Maggiore per arruolarsi volontario nel Reggimento San Marco della Regia Marina. Venne inquadrato nel battaglione "Bafile" e destinato prima al fronte di Cassino e poi lungo la direttrice adriatica. Venne ferito il 21 luglio 1944 nel tentativo di liberare alcuni compagni asserragliati in una casa, opponendosi all’ordine di ritirata e ordinando invece ai suoi uomini di rispondere sparando al fuoco dei mortai tedeschi. Morì a Macerata qualche giorno più tardi, probabilmente di setticemia dopo che un proiettile di artiglieria gli aveva causato danni devastanti ad entrambe le gambe. Di ufficiale si sa ancora che lasciò un diario di guerra oggi conservato al Museo del Risorgimento di Trento e i cui pochi, commoventi estratti riportati in internet forniscono la struggente immagine di un giovane sospeso tra la speranza e la disperazione, consapevole dell’incertezza del suo futuro ma non per questo meno ligio al dovere e alla fedeltà al suo Paese. Animato da una profonda fede, arruolandosi in Marina Luigi Laviosa realizza il suo più profondo desiderio: servire la propria Patria. Dalle pagine del diario traspirano una profonda maturità, grande intelligenza e sensibilità, e un coraggio che sembrerebbe smentire la giovane età del suo autore. Il Laviosa descrive, con frasi degne di uno scrittore, gli orrori della guerra nella morte dei suoi commilitoni, l’odio provato per i tedeschi invasori e il suo profondo desiderio di combatterli. Non ha paura di dare la vita per la propria patria, la sua unica remora è il non sapere cosa ne sarà di sua madre. Da tutti i suoi scritti si evincono il profondo amore per la propria bandiera e il grande senso dell’onore di un uomo che fin da bambino ha desiderato essere un soldato, e un marinaio.
Sulla lapide di questa tomba pressoché dimenticata è indicato che Luigi Laviosa venne insignito della medaglia d’argento. Non si sa quando, né per quale ragione, anche se è lecito supporre che la medaglia possa essergli stata conferita postuma per l’eroica azione che lo portò alla morte. Presso l’Archivio Storico della Marina Militare di Roma esiste ed è consultabile il fascicolo relativo a Luigi Laviosa. Disgraziatamente bisogna recarvisi di persona, cosa che non ho la possibilità di fare. La famiglia, ammesso che siano vere le voci che la danno per estinta, non vive comunque più a Fondo.
Tutte le altre notizie riguardanti il guardiamarina Laviosa restano finora nel campo delle supposizioni. Per certo so solamente che la madre morì suicida a Milano, anni dopo. Pur essendo ancora in vita persone che hanno partecipato al suo funerale, non è nemmeno certo che il suo corpo riposi effettivamente nel paese di Fondo, essendoci nella zona di Jesi più di un cimitero di caduti di guerra. Alcuni ricordano però la partecipazione di una rappresentanza della Marina Militare e della sua banda. Questo non sarebbe stato certamente possibile nel 1944 in quanto difficilmente la Repubblica di Salò e il Terzo Reich avrebbero permesso lo svolgimento di una cerimonia tanto solenne a un caduto del Regno del Sud, come giustamente mi ha fatto notare Maurizio Balestrino, che si occupa del sito http://www.dalvolturnoacassino.it/. Il funerale quindi si è quasi certamente svolto dopo il 1945 in occasione della traslazione della salma dal cimitero di guerra, oppure si è trattato di una cerimonia commemorativa.
Il mio tentativo, nello svolgere ricerche su Luigi Laviosa, è stato quello di scindere il Laviosa soldato dal Laviosa uomo. Dopo la lettura del suo diario tuttavia, mi sono resa conto che si trattava di un’impresa impossibile: il Laviosa uomo è sempre stato anche soldato.
So però che l’insolita curiosità suscitata in me dalla particolarità della sua sepoltura mi ha portata sulle tracce di un eroe dimenticato. La mia speranza è che il suo amor di patria, la sua dedizione, il suo senso del dovere e dell’onore, la limpidezza di animo e la profondità dei sentimenti che esprime nel diario da lui scritto siano di esempio per tutti coloro che vorranno ricordarlo. Mi farebbe piacere ritrovare qualcuno che lo ha conosciuto, o qualche vecchio commilitone che abbia combattuto con lui e che si faccia avanti per darmi qualche informazione. E se qualcuno si trovasse a passare nel cimitero di Fondo, dedichi a Luigi Laviosa pochi istanti di preghiera e lasci magari un fiore su una tomba abbandonata.

"Concedi gran Dio del cielo e della terra che il mio cuore, la mia mente, il mio braccio siano sempre lontani dal male, siano sempre vicini all’anima di chi soffre. Fa che sempre possa fare del bene al mio prossimo e a chi mi è caro."
Luigi Laviosa, diario, 31 agosto 1943

http://www.dalvolturnoacassino.it/asp/doc.asp?id=156
http://www.dalvolturnoacassino.it/asp/doc.asp?id=252&bar=no


Un ringraziamento particolare per la stesura di questo articolo va a Maurizio Balestrino, che mi ha gentilmente inviato una parte importante del diario di Luigi Laviosa. Altra fonte è il libro "Cinque anni di storia italiana 1940-1945" di Bianca Ceva, Milano 1964.
Un ulteriore ringraziamento alla famiglia di Luigi Laviosa, da cui sono stata contattata. La tomba è stata recentemente restaurata ed in realtà non è mai stata "abbandonata" nel senso stretto del termine ma piuttosto poco conosciuta anche tra gli abitanti di Fondo. Solo alcuni coetanei del Laviosa tuttora in vita si ricordano di lui, tra cui la signora Maria Bertagnolli, 94 anni, che lo descrive come un bellissimo ragazzo che però conosceva poco e che se ne è andato presto da Fondo.  



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